Una felicità condivisa

Quando mi arrivano i “post” quotidiani dell’Isola Sconosciuta in genere osservo per prima cosa le immagini che accompagnano le frasi e cerco significati secondari, simboli e allegorie, divertendomi e fantasticando sul potere emblematico dell’insieme  e dei suoi dettagli. Mi incuriosisce quel linguaggio implicito, anche se magari è solo un lavoro della mia fantasia. E mentre le figure agiscono immediatamente, mi interrogano  e mi rispondono al contempo, toccando le mie emozioni, la frase che c’è scritta sopra, proprio perché non è sempre pensata  come  una didascalia,  mi disorienta e mi obbliga a cercare spiegazioni.

Talvolta la logica trova una strada (sicuramente travisando e caricando i significati), intreccia le immagini con le parole e arriva a riflessioni forse utili non solo a me.

Provo con il post del 30 ottobre.

I due cani che corrono  in strada  mi fanno subito sorridere, mi ricordano momenti di libertà e di condivisione tra simili, un’avventura, una fuga tra compari, e trovo in quella prossimità la mia chiave, qualcosa che mi tocca nel profondo, che mi arriva direttamente al cuore. Sono due cani sciolti, di razze diverse, che corrono nella stessa direzione, ma uno trattiene tra i denti il guinzaglio dell’altro, come  a volerlo docilmente moderare nella corsa, come a volersi assicurare la sua compagnia, la sua vicinanza, la sua somiglianza nel passo (“Stand by me”…).  Un’immagine giocosa: nessun cane terrebbe al guinzaglio un suo simile, e quindi magari è l’altro a trascinare il collega con sé, a guidarlo, a insegnargli a stare in strada (“Vieni via con me”…). Il guinzaglio suggerisce un gesto umano  che applicato ai cani diventa uno scherzo e suggerisce in realtà una reciprocità divertita.

Non colgo nessun nesso diretto tra l’immagine così  interpretata e la frase di Oscar Wilde cit. “L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione”. Gli esami- gli enigmi- che la vita offre e ri-offre, ogni volta in forme simili-, servono a farci trovare la nostra direzione,  a svelarci i nostri limiti, le cose che non vorremmo né potremmo cambiare di noi, ma anche  i nostri orizzonti, dove vorremmo e potremmo arrivare. E certo gli enigmi non servono se già si sa come scioglierli. Il senso  sta nel capirli  e nell’imparare a stare, a essere, a trovare i nostri punti fermi,  proprio quando ci sentiamo ingabbiati, bloccati in un labirinto, sospinti a seguire tracce illusorie, a dialogare con pensieri sbagliati che ci annebbiano la vista. Ma solo dopo aver fatto l’esperienza possiamo capirne il senso, apprezzare l’insegnamento e  con animo più limpido “scegliere con tutte le nostre forze il nostro cammino” (parafrasando Martin Buber, del 6 novembre).

No, il nesso non è nel guinzaglio-guida.  La corsa di quei due simpatici cani non evoca gli enigmi della vita. Il tema non è  chi insegna e chi segue,  chi tiene le nostre redini o chi ci trascina  nella strada.

L’immagine e la frase non si spiegano a vicenda: tra loro c’è un legame diverso. Forse sono una sequenza. Proviamo a riguardare le figure: in quel guinzaglio c’è l’idea di un laccio, di un legame che unisce i due cani, diversi ma simili nel passo, che tiene insieme il loro cammino e la loro corsa libera, che dà  a quel vagabondare felice l’idea di un’esperienza condivisa. Ciò che appare è che i loro destini sono collegati e che questo legame dà senso alla loro felicità.  E infatti il nocciolo della vita è proprio lì: nell’interconnessione. In nessun caso, in nessuna nostra esperienza possiamo prescindere dagli altri,  ovunque la nostra corsa si relaziona e proporziona a quella dei nostri simili, nessun nostro cammino si compie se non sperimentando l’equilibrio sottile tra la nostra energia vitale e quella degli altri. Siamo chiamati a imparare a essere, a saper  stare in un tessuto umano nel quale la vita ci incastra e ci sostiene, e al di fuori del quale non potremmo esistere. Questo rende molte nostre scelte difficili, ma riempie di senso la nostra ricerca continua di equilibrio e di felicità.

Perché, come recitano due passi bellissimi del  film  “Into the wild”: “…La felicità  è ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza” ma “è reale solo se viene condivisa”.

Letizia Abbondanza

Associazione L’Aratro e la Stella