Quel prigioniero ero io

“Vi chiedo di perdonare chi si è macchiato di un crimine così assurdo. Non c’è spazio per le parole, è tempo di agire, ma non con la vendetta e con la violenza, ma con l’amore”. All’invito del sacerdote nel corso della cerimonia funebre la madre della giovane vittima ha reagito urlando: “No, mai! Non lo perdonerò mai! Deve scontare fino all’ultimo respiro il male che ha fatto!”

In altri casi la risposta è stata diversa: “Vogliamo pregare per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta di morte degli altri.” Così il 14 ottobre 1980 Giovanni Bachelet, anche a nome dei suoi familiari, si  rivolgeva a coloro che  due giorni prima avevano assassinato suo padre Vittorio.

Perdono sì, perdono no: la morbosità e le discussioni  non hanno fine e si calpestano senza scrupoli e si svuotano di  significato  emozioni, valori, sentimenti, vicende intime, tragedie umane. Specie in occasione di delitti efferati i media  ripropongono la questione del perdono, quasi fosse un rituale obbligato.

Da un gesto di perdono (spesso estorto con insistenza e manipolato ad arte)  o da un perdono negato (non di rado richiesto a bruciapelo attraverso il citofono o per strada), la giustizia, specie nei confronti della vittima, ne esce quasi sempre mortificata, deformata e perdente. È  come se dal perdono debba necessariamente conseguire una punizione indulgente o effimera, una sottovalutazione del male e della violenza, mentre da un rifiuto a perdonare debba scaturire  una condanna dura e senza appello, tanto meglio se risolutiva come la pena di morte.

Di fronte ad un pedofilo, ad uno stupratore, ad un pluriomicida  quali sentimenti nutrire, quale atteggiamento mantenere, che tipo di relazione instaurare, quale sostegno e che genere di aiuto portare?

Si tratta di interrogativi pregiudiziali ed inevitabili che impongono risposte convincenti e sincere. Come conciliare  perdono e punizione, due  termini apparentemente così distanti, anzi antitetici? Come è possibile perdonare, amare e rispettare il nostro  prossimo che ha scelto il male senza rischiare di sottovalutare  il male stesso e le responsabilità che lo hanno determinato e come è possibile  evitare di  far torto e di offendere  vittime innocenti, non tenendo nel giusto conto il loro sentimento ed il loro legittimo  bisogno di giustizia?

Se non cadiamo  in un terribile equivoco, se chiariamo innanzi tutto  a noi stessi il suo vero e profondo significato il perdono acquisterà un valore diverso, comprensibile, umanamente perseguibile e non ci sembrerà più un traguardo impossibile: tutto sta nel verificare in che modo  amo e perdono me stesso, perché allo stesso modo devo amare e perdonare l’altro, il mio prossimo.

Quando incontro il mio prossimo non posso e non debbo dimenticare di avere davanti persone né più e né meno come me e quindi da rispettare. Sentirsi persona, tuttavia, non equivale ad essere  una brava persona, almeno non sempre. Quando mi comporto male la indulgenza che ho verso me stesso non rende il mio agire giusto, anzi alcuni miei comportamenti sono sicuramente malvagi, illeciti, offensivi, tanto è che talvolta io stesso ne sono consapevole e  ne provo rimorso e disgusto.  Ciò non esclude che anche quando il mio agire e le mie parole sono riprovevoli pretendo sempre e comunque  il rispetto e la dignità della mia persona e soprattutto continuo a volermi bene.

Allo stesso modo agirò nei confronti del mio prossimo, rispettando e perdonando la persona, ma riprovando e condannando il suo comportamento malvagio, non escludendo, quando ne ricorrano gli estremi, la necessità di una punizione, di una  riparazione e di un cambiamento.

Il mio amico sacerdote, don Benedetto, mi diceva che bisogna odiare le azioni dei cattivi, ma non odiare i cattivi, affermava che bisognava odiare il peccato, ma non il peccatore. Allora non capii questa fondamentale distinzione tra la persona ed il suo comportamento, anzi mi sembrò assurda, ambigua e artificiosa: come si possono odiare le azioni di un uomo senza odiare quell’uomo? Ma nel corso del tempo mi accorsi che c’era un uomo con cui avevo agito così per tutta la vita e che non avevo mai odiato, anzi avevo sempre  perdonato. Quell’uomo lo conoscevo molto bene e lo incontravo tutti i giorni, quell’uomo ero io.

A quell’uomo, a noi stessi perdoniamo tutto, mentre poco o nulla perdoniamo agli altri, restando prigionieri della nostra intransigenza, del nostro disprezzo, del nostro rancore e della nostra incapacità di amare i nostri alter ego che  incontriamo giorno per giorno.

“Come ha fatto a passare trent’anni in una minuscola cella e a perdonare quelli che ce l’avevano con lei?” A questa domanda Nelson Mandela  rispose: “Quando ho camminato fuori dalla porta verso il cancello che mi portava alla libertà, sapevo che se non avessi lasciato l’amarezza e l’odio dietro di me sarei rimasto in prigione per tutto il resto della mia vita”.

Perché, dunque, perdonare? La risposta che non lascia dubbi e spazio a nessuna obiezione o incertezza l’hanno data gli stessi brigatisti rossi che a Roma  la mattina del 12 febbraio 1980, al termine di una lezione,  assassinarono Vittorio Bachelet con sette colpi di pistola nell’atrio della Università di Roma: “Ricordiamo bene le parole di Giovanni Bachelet durante il funerale del padre Vittorio. Quelle parole ritornano a noi e ci riportano là, a quella cerimonia, dove la vita ha trionfato sulla morte e dove noi siamo stati, davvero, sconfitti nel modo più fermo ed irrevocabile”.

Angelo Bottaro

Associazione L’Aratro e la Stella