L’attesa ritrovata

“Noi, che c’era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto” si legge in un italiano approssimativo nei titoli di “A tutti quelli che ci sono stati”, un filmato che ha girato per qualche giorno su You Tube.

La Polaroid era una macchina fotografica istantanea con pellicole autosviluppanti, nata negli Stati Uniti e che si diffuse in Italia negli anni sessanta e settanta. Chi poteva permettersi l’acquisto di questa fotocamera risparmiava il fastidio di andare dal fotografo a consegnare religiosamente il suo rullino da dodici, da ventiquattro o da trentasei fotogrammi e di aspettare una buona settimana per vedere il risultato delle immagini immortalate. La Polaroid accorciava, anzi bruciava i tempi della fase dello sviluppo e della stampa. Nel giro di quattro, cinque minuti avevi in mano la foto, ma proprio per questo mancava ogni spazio al desiderio, alla attesa, alla incertezza e alla immaginazione : “cotto e magnato” come si dice a Roma, ma non è sempre il sistema migliore per gustare ed apprezzare la pietanza.

Polaroid o non, i costi delle pellicole e del relativo sviluppo e stampa erano consistenti e quindi se non altro dovevi gestire con parsimonia gli scatti altrimenti sprecavi a vuoto le “cartucce” a disposizione. Ad ogni buon conto è a partire dalla Polaroid che anche nel campo della fotografia si è passati lentamente ed inesorabilmente alla logica del tutto e subito, del detto e fatto per poi pervenire, con la implacabile, rapida e strabiliante evoluzione delle tecnologie al superfluo e all’esagerato anche in campo fotografico. E con la relativa facilità dell’uso della fotocamera e con l’azzeramento dei costi di stampa e di sviluppo via via ne ne sono uscite perdenti la passione, le emozioni, la qualità, per lo meno a livello amatoriale. Oggi con una fotocamera o con un i pod o un i pad puoi fare centinaia o migliaia di scatti e puoi controllare immediatamente il risultato, ma nella maggior parte dei casi non ci metti più l’anima, la preparazione, la competenza, la cura, gli accorgimenti, la pazienza, la precisione di una volta e poi di tutte quelle immagini va a finire che non ne stampi o non ne conservi nemmeno una, finisce che nel migliore dei casi le degni di una rapida, annoiata e superficiale occhiata oppure non le guardi neppure, perché sei in overdose, perchè i soggetti quasi sempre sono ripetitivi e banali, perché la fretta e gli errori non costano nulla, perché le tue foto si incrociano, si confondono e si sommano a quelle decine di migliaia di altre foto che giornalmente ti piovono addosso da tutte le parti.

Perché tutto questo preambolo? In una vecchia scatola di cartone l’estate scorsa insieme alla fotocamera di mio padre, una Kodak Rétina, ho ritrovato vecchie foto e un negativo in bianco e nero che ho esaminato subito in controluce. E’ bastata una occhiata per capire e per scoprire che quei negativi, senza sapere il perchè e il per come, non erano mai stati sviluppati e stampati e che la star principale di quelle trentasei pose sono io alla età di circa sei mesi. Quegli scatti risalivano inequivocabilmente all’estate del 1946 e quelle foto al di là di ogni ragionevole dubbio erano state scattate da mio padre a Roma sulla terrazza di via Matera 21, dove allora abitavamo. Per poter vedere la stampa di quei negativi ho dovuto attendere tre settimane, perché, ironia della sorte, adesso sono molto rari i fotografi che hanno ancora le apparecchiature per la stampa di fotogrammi così antiquati e così i negativi sono andati a finire a Milano. Ho così ritrovatoe riprovato l’attesa di una volta, dei tempi andati, di quando ero ragazzino e quando finalmente ho potuto ritirare le stampe e dopo settanta anni per incanto sono stato riproiettato in braccio a mia madre, ai miei nonni e a fianco della mia sorellina di quattro anni le mie emozioni hanno raggiunto la soglia dell’infarto, compensando fin troppo la lunga, interminabile attesa.

Si dice che il bello della attesa è l’attesa stessa : non so se sia vero, ma è certo che tanto più lunga sarà stata l’attesa tanto più le foto sono stupende!

Angelo Bottaro

Associazione L’Aratro e la Stella