La vita è come un’eco

La vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii.

Una volta una mia amica, appassionata di Yoga e di filosofie orientali, mi disse, nel suo italiano fortemente austriaco e sgrammaticato, che dovevo stare attenta a manifestare sempre le mie ansie sul futuro perché “quello che tu dice poi quello è”. Intendeva dire che con le parole si possono a volte anticipare e creare i fatti che accadono: mi sembrò un approccio magico-irrazionale e mi venne da ridere, ma poi ripensai a tutte le volte che l’eccessiva paura che qualcosa di indesiderato accadesse mi aveva in realtà portato diritta proprio lì dove non volevo.

È vero, le paure sono eventi pensati che rischiano di diventare realtà. Ma sarebbe facile se fosse solo così: le paure servono anche a riconoscere i pericoli e a tenerli lontani. Quando ci trasferimmo in campagna, eravamo ancora bambini e i nostri genitori esitavano, ovviamente, a lasciarci soli. Ricordo ancora bene che le poche volte che uscivano, dopo infinite raccomandazioni amorose, noi eravamo cauti e obbedienti ma poi succedeva sempre qualcosa che con loro presenti non sarebbe mai accaduta. Già allora mi fu chiaro che l’eccessiva ansia, anche se trasmessa dall’amore più grande, rispetto ai pericoli della vita, non è affatto in grado di proteggere, e che anzi, come in un vortice, attrae noi e chi amiamo proprio verso ciò che temiamo.

A volte gli eventi pensati, temuti, pur non essendo mai stati reali, esistono, entrano nella memoria genetica degli individui e influenzano il loro cammino. Ci sono paure, ingiustizie e dolori subiti nelle storie familiari, per esempio durante la Guerra, che insistono irrisolti anche sulle generazioni successive, e non ce ne affranchiamo finché non li riconosciamo nel nostro inconsapevole percorso imitativo. Restiamo in quel solco anche negli errori più clamorosi, e inconsciamente assorbiamo destini e dolori altrui, prima di affrontare il nostro. La vita ci restituisce ciò che noi mandiamo ma anche ciò che è stato inviato dalla nostra storia familiare, come in un eterno presente che per questo occorre tentare di leggere e interpretare, per rafforzare la nostra individuale volontà e guadagnare con più fiducia la nostra direzione. Nelle storie familiari, trasmesse di generazione in generazione, è l’amore a tenere insieme gli eventi, a guidare alcune scelte piuttosto che altre, a restare, come codice non scritto, l’eredità più importante per chi viene dopo; ma dobbiamo essere in grado di riconoscere le cause e le conseguenze delle scelte passate, per distinguere e seguire il nostro peculiare sentiero, per trarre dalle vite che ci hanno preceduto un vero insegnamento.

Nel mito greco Eco era una ninfa delle acque che, intrattenendo Giunone con le sue chiacchiere, permise alle ninfe della montagna, amanti di Giove, di mettersi in salvo. Per punizione Giunone fece sì che ella non potesse più parlare per prima e che ripetesse solo le ultime parole che udiva. La ninfa si innamorò del giovane cacciatore Narciso, che però la respinse crudelmente e di lei, sola e abbandonata, non restò che la voce. Anche Narciso fu punito e condannato ad ammirare e amare solo la propria immagine riflessa nella fonte. C’è simmetria tra la punizione di Eco, costretta a rimbalzare sugli altri le loro stesse parole, e il destino di Narciso, costretto a guardare solo se stesso fino alla morte.

Nel mito greco è detto tutto, anche il fatto che spesso il destino –con la punizione-  interviene senza che la colpa sia consapevole. Narciso non sa che respingendo Eco sta definendo la propria condanna, così come Eco non sa che salvare le compagne le costerà la felicità.

Il mito greco è pieno di questi esempi e il teatro ad Atene, con la Tragedia, metteva in scena proprio questo; mostrava ai cittadini che gli individui sono gravati dal loro passato, dai destini dei loro avi, e da una concatenazione di eventi precedenti non determinabile e controllabile. L’elemento educativo risiedeva nel rappresentare questo meccanismo della vita, questa storia, che, per quanto tragica e dolorosa, regalava una catarsi, una purificazione, un nuovo inizio agli spettatori.

Come conoscere la storia dell’umanità, la sua memoria collettiva, salva e protegge le regole della civiltà per le generazioni future, così la ricostruzione della nostra storia, individuale e familiare, ci rende consapevoli, ci pacifica e ci affranca, ci permette uno sguardo di speranza sul futuro nostro e dei nostri discendenti, ci aiuta a inviare un nuovo messaggio alla vita, con una nuova e più lucida visione delle cose.

Sul bordo di una montagna, di fronte ad una bellissima vallata, un giovane montanaro sembra assorbito dal suo cellulare mentre in cielo una persona volteggia con il parapendio.

Camminare in montagna mi appassiona: camminare e guardare, camminare e accorgermi che continuamente attorno a me la prospettiva cambia. È così che il paesaggio ci si svela, a poco a poco, lungo il sentiero. Se il giovane con il cellulare alzasse lo sguardo vedrebbe la valle che si apre ai suoi piedi e la persona in volo a mezz’aria.

Se accennasse un gesto di saluto verso il cielo sicuramente riceverebbe una risposta.

Letizia Abbondanza

Associazione L’Artro e la Stella