La pietra e la domanda

Due questioni mi hanno interrogato in questi giorni di festa: il rotolare di una grossa pietra e la domanda  “Chi cercate?”.

Esse emergono dal racconto evangelico riferito alle ore successive alla crocifissione di Gesù il nazareno. Vorrei provare a condividere con voi alcuni miei pensieri.

Non mi interessa ora tanto interrogarmi sulla verità storica, quanto su alcuni simboli in essa contenuti.

LA GROSSA PIETRA.

Fin da ragazzo i giorni della settimana detta santa sono stati per me giorni particolari. Ho avuto il privilegio di incontrare persone che hanno saputo suggerirmi che dietro la grossa pietra c’è sempre qualcosa che riguarda la mia vita.  Mi hanno insegnato che occorre avvicinare quelle parti di me, doloranti ma vive, poiché, chiuse dal masso della sfiducia, della paura, della tristezza, del rancore e della rassegnazione, rischiano di imputridire.

E ancora oggi, posto davanti al racconto evangelico della Pasqua, continuo a chiedermi: C’è una pietra che deve rotolare via? Quali sono i massi che mi porto nel cuore? Quali sono le situazioni, le relazioni, le parti della mia vita che appaiono morte, svuotate di energia vitale, ormai confinate nel buio asfittico ma che invece racchiudono potenzialità di vita inedite? E a quali condizioni la pietra che ostruisce può rotolare via?

LA DOMANDA

Torniamo alla scena evangelica della sepoltura del nazareno. Passano poche ore e davanti alla tomba vuota, accanto al grosso masso finalmente rotolato, c’è un uomo misterioso, uno sconosciuto che a Maria di Magdala, Giovanni e Pietro, giunti fin lì di corsa, rivolge una semplice domanda: “Chi cercate?”.

Allora penso: e se quella domanda fosse rivolta a me e a noi? Se fosse così, chi o cosa cerco?

Mi rispondo: Non cerco forse una vita piena? Non cerchiamo forse una forma di esistenza meno rachitica e oscura ma più leggera e luminosa? Quella domanda, mi dico infine, indica allora proprio a me che sono alla ricerca di me stesso, un me stesso che ancora non sono.

Come fare allora?

La vita degli altri mi ha insegnato che occorre un gesto per consentire all’energia creatrice di intervenire nella mia storia. Un gesto che indichi il passaggio (pasqua significa “passaggio”) da una situazione in cui le vicende sembrano confinarci senza speranza, una situazione di morte in cui regna il buio, ad un’altra di vita trasformata; da una situazione di schiavitù, di dipendenza da qualcosa o di comoda tranquillità ad un’altra che si fa cammino, ricerca.  Il gesto implica una decisione fondata sulla fiducia: quella di uscire. L’uscita dai sepolcri è sempre figlia della fiducia di chi crede che la vita è più forte di ogni cosa.

La vita, quella vera, ci attende fuori, sui sentieri e sui crocevia della storia.

Buona Pasqua!

Ignazio Punzi

Associazione L’Aratro e la Stella