La civetta, gli accendini e Pompeo. Favole e felicità?

Non sarà stato più di cinque anni fa: insieme ad un amico, di notte, percorrevamo in macchina le stradine della campagna marchigiana di rientro da un concerto di un gruppo folk-metal tanto divertente quanto poco probabile. Piantato in mezzo alla strada, dopo la milionesima curva, con catarifrangenti occhi sgranati, ci si para davanti un piccolo di civetta. Immobile, spaventato, sperduto. Accostiamo il più possibile, spegniamo i fari, aspettiamo. Di solito con le volpi funziona, ma dopo qualche minuto riaccendiamo e la civetta è ancora là, esattamente in mezzo alla strada.

- Che famo?

- C’è il rischio che qualcuno l’arroti, prima o poi.

- Porella, damoje ‘na salvata

Scendo, mi avvicino piano per non spaventarla ulteriormente, ma anche perché un po’ di paura ce l’ho pur’io, ché mica tutti i giorni ho a che fare con le civette. Quella non si muove. La prendo con entambe le mani, più delicatamente possibile. Sento le piume soffici, il corpo caldo, il cuore che batte. Sento anche il mio, di cuore, che batte rumorosamente per il terrore che mi prenda a beccate le dita. Quella non si muove. La sollevo, la porto a bordo strada. Quella non si muove, ma penso che potrebbe anche sgambettare nuovamente in mezzo alla strada. Mi guardo intorno, mi arrampico sul terrapieno a ridosso della strada e la lascio definitivamente tra le sterpaglie lì sopra. Mi sembra più sicuro.

Ripartiamo.  Ancora curve. Campagna. E pensieri.

- Che brutta fine

- Chi?

- La civetta

- Come? L’ho messa lì sopra. Quella non ci ricasca più sulla strada

- L’hai presa con le mani

- Allora?

- Se pure la mamma la ritrovasse, sentirebbe il tuo odore e non se la ripiglierebbe. Tempo du’ ore e se la sbranano i cani. Sennò se more de fame.

Incontro un giovane, ogni volta che passo di là. A piedi o in macchina, non importa,

domina l’incrocio e non si lascia sfuggire nessuno. Ti pianta addosso un paio di occhi liquidi e chiede qualche moneta o di poterti vendere qualcosa. Se compri o se gli dai quello che ti è rimasto in tasca, il suo sguardo non cambia. È lì anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Potrebbe rimanere lì per sempre, a dispetto della quantità di monete che riesce a racimolare o degli accendini che riesce a vendere. E i suoi occhi resterebbero gli stessi.

Nel mio quartiere c’è un piccolo mercato coperto. In questo inizio soffocante d’estate mi trovo spesso con mio figlio a fare una passeggiata fin là, di mattina presto, per prendere un po’ di fresco sulle panchine del piazzale antistante e fare un po’ di spesa.

Oggi abbiamo conosciuto Pompeo.

Ci aggiravamo tra i banchi in cerca di qualcosa di fresco per il pranzo quando intravediamo una bella fuscella di ricotta. I banchi sono tutti appiccicati e il mercato è già pieno di gente. Nel metterci in fila, dobbiamo guardarci da una robusta signora che si inarca sopra di noi per raggiungere un pacco di biscotti nel cesto che avevamo di fianco. Approfittando della nostra

impossibilità a procedere, un ragazzo mi sguscia da dietro e si intrufola nella mischia fino a raggiungere il banco. Quando abbiamo di nuovo agio di muoverci, ci troviamo davanti uno sciame di persone che si agitano disordinatamente da una parte all’altra del bancone, facendo finta di dare un’occhiata alla merce esposta, in attesa di trovare il pertugio giusto per la prima fila.

Pompeo se ne sta seduto su un alto sgabello vicino al suo banco di fiori esattamente alle mie spalle. Avrà studiato per buoni dieci minuti tutta la mia premura nell’evitare che mio figlio venisse masticato dall’Ygramul davanti a noi. Preoccupazione che ci aveva impedito di guadagnare anche un solo centimentro. Pompeo si alza, mi mette una mano sulla spalla, si solleva sulle punte dei piedi, allungando in avanti braccio e voce:

- A Nine’ servi ‘sti giovanotti sennò stanno qui fino a chiusura!

Finalmente serviti, passiamo a ringraziare ancora Pompeo.

- Eddechè! Ormai qua se aspetti che te fanno passa’, ce pói fa’nnotte. Ma io me so’ stufato, non ne posso più de vede’ ste cose. Qui tocca che se damo ‘na mano, no che se pijamo a pedate.

Non resisto a dirgli ancora di più “grazie” perché se c’è qualcuno disposto a dare una mano, si finisce per essere in due, prima, e poi in molti. Lui, l’indice bonario sul naso di mio figlio:

-A regazzi’, dije a tu’padre che la smettesse de leggete le favole, che poi ce crede lui.

Usciamo dal mercato, a passo lento nel piazzale. Io un po’ amareggiato.

Mio figlio mi guarda e mi dice:

- Glhblb mph mph mph blhbhlgl

Lavoro con ragazzi spediti dalle famiglie oltre il mare per rimandare loro indietro un po’ di soldi per poter mangiare, maritare le figlie, curare un figlio o migliorare le proprie condizioni di vita. Ragazzi tesi, stanchi, frustrati. Io continuo a spiegargli che con un lavoro regolare potrebbero ottenere i documenti per restare più a lungo in Italia e aiutare di più le proprie famiglie, potrebbero persino permettersi di rimanere a letto se hanno la febbre alta: riceverebbero comunque lo stipendio.

Alcuni si spezzano, altri fingono di darmi retta e restano “intrappolati” nel lavoro nero, altri ancora si fidano, finendo per fare tristemente i conti con la barbarie e le menzogne del mercato del lavoro.

È difficile fare la felicità degli altri, essere il balsamo giusto per le ferite altrui. Quanto di ciò che ho fatto ha alleviato almeno un po’ di sofferenza? E qual è stato il ritorno per la mia felicità?

C’è qualcosa che non riesco a capire: il meccanismo fatica a partire e quando parte si inceppa.

La felicità deve avere origine da qualcos’altro, non può attorcigliarsi alla felicità degli altri.

Sarò ormai irrimediabilmente affetto da una grave forma di “Baumanite” ma mi sembrano non esserci più le condizioni comunitarie perché si realizzi la possibilità che la mia felicità riesca a riverberare dalla felicità altrui.

Scopro che Bauman è come S.Antonio – mi perdonino i devoti: basta citarlo e trovi quello che cerchi.

《La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato》.

E cosa c’è di più sfidante che adoperarsi perché la relazione con gli altri porti reciproco giovamento e felicità?

a M.M.A.S.

Federico Feliciani

Associazione L’Aratro e la Stella