La casa aperta

I miei genitori mi hanno fatto molti doni, tra questi il non aver mai chiuso la porta di casa.

Di comune accordo, sulla base di un comune sentire, la loro casa era aperta per tutti. Quando ero piccola vi erano frati di passaggio che si fermavano per dormire, oppure altri personaggi che trovavano ospitalità per qualche ora, per una notte o per qualche giorno. Mamma in un armadio nel corridoio teneva cuscini, coperte e biancheria. E’ capitato più volte che al mattino trovassimo un biglietto di ringraziamento non avendo neppure incontrato il viandante.

Oggi mio padre vive da solo, sempre in quella casa fuori dal paese, e quando arrivano i vari venditori ambulanti con i loro sacchi pesanti ormai sanno che quella casa è aperta: “io sono spesso fuori, ma tu entra e se hai fame in cucina trovi sempre qualcosa, se hai bisogno di riposare o se ti serve il bagno … gli asciugamani sono nell’armadio del corridoio”.

Quando ero piccola non mi interrogavo su questo modo di porsi, non gli davo una connotazione ne positiva ne negativa, anche perché era qualcosa che veniva messo in pratica senza commenti, non era nato da un accordo esplicito ma semplicemente era stato naturale per i miei fare così.

Oltre che frutto di una gentilezza d’animo questa apertura verso lo “straniero” veniva anche dalle loro storie. Le vicende storiche delle due grandi guerre avevano fatto sperimentare sulla loro pelle il dolore della migrazione, delle ristretezze economiche, dell’incertezza, della lontananza dalle proprie case, della perdita di riferimenti. Allo stesso tempo in quel tempo avevano assaporato il valore dell’incontro, dell’accoglienza, della solidarietà.

Il dono che mi è arrivato ha il sapore della coerenza, della gratitudine che genera nuovi doni, del rispetto, della bellezza dell’incontro, della fiducia. Il dono è passato attraverso gli occhi sorridenti di mia madre e la mano tesa di mio padre, spontanei e sinceri, mossi da un’apertura fiduciosa alla vita.

Erikson definisce il senso fondamentale di fiducia come «una fiducia essenziale in altre persone, nonché un senso di fondamentale fiducia in se stessi» e la sensazione «che c’è una qualche corrispondenza fra i propri bisogni e quelli del proprio mondo».

La casa aperta è una mano tesa verso lo “straniero”, straniero in quanto sconosciuto e allo stesso tempo riconosciuto; una mano tesa verso lo scambio che arricchisce reciprocamente, e allora riprendendo Gibran: “la vostra casa non sarà l’ancora, ma l’albero della nave”.

Ringrazio infinitamente i miei genitori per avermi donato la capacità di poter aprire lo sguardo verso rotte sconosciute con fiducia e passione.

Anna Filoni

Associazione L’Aratro e la Stella