Il salto

Il Bruco chiede ad Alice: “Tu chi sei?”
“Io… io, ora come ora, non lo so più, signore.
Almeno so chi ero quando mi sono alzata stamattina,
ma penso di essere cambiata diverse volte da allora.”
(L. Carrol)


Per mesi e mesi ho guardato questa immagine.

In silenzio, da varie angolature ho osservato quel pesciolino, lì, sospeso nell’aria, nell’incertezza e nella speranza dell’arrivo alla meta desiderata.

Senza pensare a niente, ne ho ammirato per ore il coraggio. Il coraggio del salto, del passaggio.

L’ho osservato nel silenzio di parole e di pensieri!

Ma qualcosa risuonava forte nel profondo del mio essere: a volta era il rumore cupo del vuoto, altre quello stridente di un graffio, altre ancora il rumore assordante di un pugno.

Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una.

Scrutando quel pesciolino e rileggendo quella frase, ho iniziato a riflettere sul senso profondo del mio esistere, sulle strettoie in cui mi ero infilata, sugli stagni dai quali faticavo ad uscire e che rendevano la mia vita sempre meno generativa, sempre più sbiadita. Sempre meno la “mia vita”.

L’ammirazione e lo stupore di quel salto di giorno in giorno trovava il suo significato, l’immagine si colorava pian piano di parole e ogni parola liberava l’inconscio dalla coltre di polvere depositata dal tempo.

E così il rumore del vuoto rivelava il senso di inadeguatezza, di fallimento per non aver creduto e sperato a sufficienza; lo stridore del graffio svelava lo spazio stretto in cui mi ero costretta a vivere e il rumore assordante del pugno la ribellione dei desideri inespressi.

Ora ogni conflitto era chiaro, dovevo trovare il coraggio di osare, di mettermi in cammino, di andare oltre, di oltrepassare i confini delle mie certezze, delle mie verità ed aprirmi al nuovo, accettando l’incertezza e l’indefinitezza dell’ignoto.

Chiaro, ma non semplice.

Per fare il salto occorreva il coraggio della decisione, la possibilità della caduta, l’audacia del rimanere lì sospesa, nell’aria, nella mancanza. Sì, perché lì tutto manca: non c’è terreno su cui poggiare i piedi, non ci sono appigli ai quali agganciare le mani. Lì nel vuoto sei solo con i tuoi desideri e i tuoi sogni: e il vuoto diventa lo spazio delle possibilità.

Per fare il salto era necessario un atto di abbondono totale e fiducioso alla vita.

Ma perché mettersi in cammino, perché non continuare a sopravvivere nelle piccole pareti domestiche che anche se strette erano sicure, conosciute?

Perché affrontare il rischio della caduta, l’apnea, la solitudine?

La risposta, secondo me, sta in quel sentimento di inquietudine generato della consapevolezza della propria immaturità[1] intesa non come condizione infantile di irresponsabilità, ma come filosofia di vita propria di chi non ha smesso di crescere, di chi non si sente compiuto, ma un essere in divenire, alla ricerca della propria unicità. Di chi è consapevole della propria finitudine e dei propri limiti, non fa delle proprie credenze e delle proprie esperienze assiomi di vita per sé e per gli altri, ma riconosce nell’altro la capacità di rivelare modi nuovi e inediti di stare al mondo. È tutto questo che spinge ciascun uomo e ciascuna donna ad osare il cambiamento, a scegliere di andare verso, di andare incontro. È tutto questo che ha spinto me a mettermi in cammino.

Ma cosa rappresenta esattamente il salto di quel pesciolino, la scelta dell’andare oltre?

Ripercorrendo la mia storia, mi sento di dire che quel salto è desiderio di stupore e di sorpresa. È memoria di quel passaggio uterino che apre alla vita e che si rinnova tutte le volte che scegliamo di abbandonare le situazioni (interne ed esterne) che ci impediscono di crescere, di evolvere. Penso a tutte quelle situazioni mortifere di dolore, odio, al groviglio di pensieri e sentimenti di sfiducia che ci tengono imprigionati nel qui ed ora della disperazione e che ostacolano la capacità di sperare che un altro modo di stare al mondo è possibile.  Il salto è uscire da se stessi e accettare la sfida dell’incontro con l’altro diverso da sé, portatore di altre idee, di altre visioni del mondo, di altre culture; è accettare di farsi contaminare, diventare vitali e generativi. È la vita di ogni essere vivente che in fondo si origina così: dall’incontro di due storie biologiche e culturali differenti.

Alle volte certe situazioni diventano luoghi in cui la vita fatica a prendere ossigeno, circostanze apparentemente comode, che finiscono col determinare la morte di un talento, di un desiderio, della speranza, di una vita autentica, della possibilità della felicità.  Allora il salto si configura come la scelta della crescita, proprio come accade al bambino nel grembo materno che dopo un tempo ben definito ha necessità di uscire da quello spazio e di abitare un ambiente più grande e più complesso, più faticoso e più freddo, ma necessario alla sua stessa vita.

In questa prospettiva ogni rinascita che scegliamo di agire è un’azione di responsabilità del nostro essere persone autentiche nel mondo, non copie, non automi, ma persone che scelgono di intraprendere il proprio cammino particolare[2], che scelgono la fatica della scoperta di sentieri non ancora tracciati.

E scopriamo così che la nostra casa ha confini molto più grandi delle pareti in cui l’abitudine ci imprigiona con i suoi schemi rigidi e le sue false certezza e la meraviglia si offre generosa ai nostri occhi.

Tiziana Cristofaro

Associazione L’Aratro e la Stella


[1] Duccio Demetrio, Elogio dell’immaturità. Poetica dell’età irraggiungibile, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998.

[2] Martin Buber, il Cammino dell’Uomo, ed Qiqajon, pag 25. Vedi anche: http://www.isolasconosciuta.it/isola/il-cammino-delluomo-buber/