Di fronte al male ricevuto che fare?

Per qualche ora alcuni fatti di cronaca hanno calamitato l’attenzione dei media a discapito dei tormentoni calcistici e politici e delle ossessioni culinarie ed hanno animato i commenti e le discussioni perfino nella piazza e nel bar vicini a casa mia.

È un pensionato milanese di 71 anni il pezzo forte di Sky tg 24 e della “La vita in diretta”: ha inseguito un motociclista di 35 anni con il quale era venuto a diverbio per uno stop non rispettato ed è accusato di averlo speronato con la sua auto, uccidendolo sul colpo. Il giudice delle indagini preliminari, reputandolo pericoloso, gli ha negato gli arresti domiciliari e lo ha trattenuto in carcere.

La vittima è un padre di famiglia con una bambina di tre anni, l’automobilista un nonno con tre nipotini. Si formano due fazioni, quella che definisce il pensionato un folle e un cinico assassino e quella che lo vorrebbe subito in libertà. Parenti, amici e perfino i condomini definiscono il pensionato uomo mite e bonario, una persona che non farebbe male ad un moscerino. Di parere decisamente contrario i quattro testimoni oculari che affermano di aver visto l’anziano passare con la sua auto sul corpo del motociclista una seconda volta.

Mi assale un insistente e malizioso pensiero: quel pensionato automobilista avrei potuto e potrei essere io. Scorrono nella mia mente di automobilista, di motociclista e di pedone infiniti episodi di far west metropolitano e di roulette russa stradale, ma soprattutto riaffiorano gli attimi di terrore di quella sera di tanti anni fa. Alla guida del mio rimpianto Maggiolino, tornando a casa con mia moglie ed i miei due figli, all’uscita di una curva sulla statale Casilina evitai miracolosamente un’auto che aveva invaso la mia corsia. Sfiorando un gigantesco platano mi arrestai sulla banchina con lievi danni, ma con uno shock che svanì solo dopo molte settimane. Per rivalermi in qualche modo del trauma subito nella mia immaginazione per giorni e giorni andai a caccia di quell’automobilista criminale con intenzioni sadiche ed inconfessabili, ora alla guida di una ruspa, ora di un gigantesco tir, ora di un carro armato.

Bisogna riconoscere che può essere sottilissima la linea rossa che separa l’autocontrollo e il senso della misura da un moto di rabbia e da un gesto irrefrenabile ed irreparabile. Non è poi tanto difficile finire nel carcere di San Vittore o di Regina Coeli.

La mia riflessione non mi fa sentire migliore del pensionato, fermo restando che quell’atto omicida non potrà e non dovrà restare impunito. Provo per il malcapitato motociclista una pena profonda, ma potenzialmente a stroncare la sua vita avrei potuto essere io.

Dopo qualche settimana è un altro pensionato in provincia di Milano a irrompere per qualche giorno nei titoli di testa dei telegiornali e dei quotidiani: ha sparato al ladro entrato di notte in casa sua in cerca di bottino. Il morto era disarmato, ma si accerta subito che non era un gentleman inglese in visita di cortesia, ma un extracomunitario in transito non autorizzato. Il pensionato riceve una standing ovation senza precedenti e uno tsunami di attestazioni al merito del seguente tenore: “Hai fatto bene ad ammazzarlo, un figlio di puttana in meno!”.

Nuovamente mi assale un pensiero insistente e malizioso: anche io, se avessi sorpreso quel ladro in casa mia, avrei potuto all’istante premere il grilletto senza neppure richiedere all’intruso la carta di identità ed il permesso di soggiorno. Forse fu proprio a causa di questa consapevolezza che mi recai nella vicina caserma dei carabinieri a restituire le tre pistole militari appartenute a mio padre. Se non le avessi riconsegnate la tentazione di usare la Beretta calibro trentotto sarebbe stata davvero irresistibile quel giorno in cui un drogato, puntandomi un taglierino sotto il naso, mi alleggerì della busta paga appena riscossa.

Se in quel momento avessi detenuto un’arma, al di là di ogni ragionevole e irragionevole dubbio avrei scaricato l’intero caricatore su quel balordo.

Anche in questo caso concludo di non essere migliore neppure del secondo pensionato, anche se non provo nessuna ammirazione per la sua comprensibile, quanto tragica reazione. Penso anche a quel ladro, forse improvvisato, forse disperato e penso alla sua famiglia ed avverto una gran pena, ma a stroncare la sua vita avrei potuto essere io.

Più o meno negli stessi giorni un terzo fatto di cronaca: al termine di una lite banale un diciassettenne con il collo di una bottiglia rotta taglia la gola ad un diciottenne. Non si formano schieramenti, perché tutti gli intervistati avrebbero voluto appendere al primo palo della luce l’assassino, anche in questo caso uno straniero irregolare: “Consegnatelo a noi!” gridano gli amici e i paesani della vittima, al passaggio dell’auto dei carabinieri che trasporta in carcere il romeno. Una sola voce a contrastare quelle grida, quella della madre del giovane ammazzato: “Piango anche per quel ragazzino. Non vorrei essere nei suoi panni, chissà come si sentirà dentro! Mi ha strappato via mio figlio Lorenzo, ma ora anche la sua vita è rovinata per sempre”.

Quella madre, contro ogni aspettativa e contro ogni logica umana, ha avuto compassione per l’assassino di suo figlio, opponendo al male l’arma più rara e più difficile da usare, quella della misericordia e dell’amore. Un amore grazie al quale la vita di quel diciassettenne, forse, non resterà segnata per sempre.

Stavolta nessun pensiero tormentoso e malizioso attraversa la mia mente, ma una sconsolante e frustrante certezza: non avrei potuto pronunciare le parole di quella madre. No, non credo che ne sarei stato, che ne sono e che ne sarò mai capace. Eppure ero convinto di far parte della categoria delle persone che sono a favore dell’altra guancia, ma quella altra guancia, sono costretto a prenderne atto, non è mai stata la mia.

“Se vuoi veramente amare devi imparare a perdonare”: queste essenziali, esplicite ed inquietanti parole di madre Teresa di Calcutta risuonano e rimbombano nelle mie orecchie e nella mia testa mentre dalla finestra seguo con lo sguardo assente il sole di fine gennaio che scompare dietro l’orizzonte.

Angelo Bottaro

Associazione L’Aratro e la Stella