Crescita o sviluppo?

In un tempo dominato dall’economia e, ancor più, dalla finanza speculativa il tema della crescita è un argomento fuoriuscito dall’alveo economico e divenuto un tema di senso comune. Non possa giorno che i guru della scienza economica e i sacerdoti della finanza internazionale non striglino i rappresentanti politici ad adottare ogni tipo di riforma in grado di innescare un processo di crescita e di lievitazione del PIL (Prodotto interno lordo). Spingere i consumi, rilanciare gli investimenti sono passaggi obbligati a cui nessun governo, di destra o di sinistra, può rinunciare, pena una reazione immediata e furiosa dei cosiddetti mercati finanziari.

Ma perché considerare la crescita economica un imperativo categorico? E che succede quando un’economia non cresce più? Si può sensatamente pensare di crescere all’infinito?

E andando ancor più alla radice: la crescita appartiene al regno dei mezzi o al regno dei fini? E’ un utile strumento oppure un dogma, una verità infallibile?

Martha Nussbaum, tra le maggiori filosofe contemporanee, ci ricorda quanto sia importante interrogarsi sulle idee : “Quando le persone si sentono responsabili delle proprie idee, è più probabile che lo siano anche delle proprie azioni”.

Nel nostro tempo crescere non è una scelta preferenziale, bensì un obbligo morale. Per quelle economie che crescono, resta aperta la porta del paradiso in terra; viceversa, per quei Paesi che arrancano con tassi di crescita dello zero virgola (come l’Italia dei giorni nostri) le uniche a spalancarsi sono le porte della recessione, della disoccupazione, dell’aumento del debito pubblico, del rating negativo. Siamo sicuri che sia propri così?

Per tentare di dare una risposta, prendiamo spunto da tre passaggi contenuti nell’enciclica sociale Laudato sì. Papa Francesco, con la determinazione che lo contraddistingue, prende il toro per le corna quando mette nel mirino uno dei miti assoluti del turbocapitalismo: il mito della crescita.

Francesco inizia cautamente il suo ragionamento con una considerazione ampiamente condivisibile:  “La crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita”.

Siamo diventati certo più ricchi, ma anche più infelici e più impauriti. La nostra ricchezza materiale ha subito un incremento mai sperimentato in epoche precedenti. Ciononostante, come suggerisce il paradosso di Richard Easterlin (1974), demografo americano, l’aumento del consumo di beni privati, superata una certa soglia, ha prodotto come effetto collaterale a livello planetario una decrescita degli indici di felicità e un aumento vertiginoso della paura, verso l’altro e nei confronti del futuro. Il bene non è sic et simpliciter una pura sommatoria di beni. Tanta quantità (basti pensare al fenomeno dei consumi di massa) e sempre meno qualità (basti pensare alle lacerazioni e alla liquefazione delle relazioni interpersonali). La crescita materiale ha comportato dunque dei vantaggi inoppugnabili ma ha anche fatto emergere costi umani, sociali e ambientali altissimi, non facili da contabilizzare.

Segue un secondo passaggio: “L’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza”.

Come negarlo? Grazie ai social media siamo sempre più connessi, ma contemporaneamente più terribilmente soli e spaesati. La nostra libertà si è espansa ai massimi livelli, fino a degenerare nell’anarchia, nel capriccio, nel fare ognuno i propri comodi. Che fine ha fatto il principio di responsabilità, che della libertà è il necessario contrappeso? Mentre la libertà risponde solipsisticamente a se stessa, la responsabilità è tale perché chiama in causa l’altro, rendo conto alla comunità. Gli Stati Uniti, il Paese per antonomasia dell’economia di mercato capitalistica -notava acutamente lo psichiatra e medico viennese Victor Emil Frankl- hanno edificato sulla costa orientale la Statua della Libertà, mentre non hanno pensato di costruire, sulla sponda opposta, la Statua della Responsabilità. Non si è trattato certo di una dimenticanza di poco conto…

Il terzo e ultimo pensiero di papa Bergoglio è decisamente il più duro e il più sferzante, un grido di accusa contro larga parte della cultura accademica; sul banco degli imputati finisce proprio “l’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite”.

Non può che venire alla mente l’affermazione provocatoria di Kenneth Boulding, economista e poeta inglese: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo oppure un economista”.

Ma come è stato possibile convertire il mondo alla “pazza idea”? Come si è riusciti a persuadere l’opinione pubblica ad inseguire con ogni mezzo (attraverso l’induzione dei bisogni e l’esplosione dei desideri) una crescita infinita, in un mondo che è per sua natura costituito da risorse limitate e spesso non rinnovabili?

La medicina ci ricorda che crescere, avendo come unico scopo la crescita, è l’ideologia delle cellule del cancro.

La crescita infinita è, per alcuni economisti, in particolare quelli che si riconoscono in Serge Latouche e nel modello della decrescita felice, il cancro del capitalismo contemporaneo.

Ancora una volta, basterebbe aver avuto maggiore considerazione della Dottrina Sociale della Chiesa e rivalutare le parole di un altro pontefice lungimirante. Nel 1967 Paolo VI aveva le idee molto chiare: “Lo sviluppo non si riduce alla pura crescita economica. Per essere autentico, deve essere integrale, ovverossia volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

La scienza economica non emenderà se stessa e continuerà a portarci sulla cattiva strada o, se preferite sull’orlo di un abisso, finchè non sostituirà nelle sue analisi e nei suoi modelli l’individuo con la persona.

Il concetto di individuo, tanto caro alle teorie economiche, non ha e non potrà mai avere la stessa densità e profondità del concetto di  persona.

Stefano Zamagni, il maggior teorico dell’Economia civile, evidenzia come “lo sviluppo non può essere confuso con la crescita economica.  E’ vero che il PIL di uno Stato non può aumentare costantemente ed in eterno,  ma lo sviluppo è un concetto umano più ampio,  di cui la crescita è solo un indicatore e nemmeno il più importante. Ci sono infatti altri indici di qualità essenziali, quali: la diminuzione delle disuguaglianze, l’aumento del grado di democraticità, l’attenzione all’ambiente”.

La crescita qualitativa non può pertanto essere scambiata con lo sviluppo integrale, che coniuga in modo armonico le tre dimensioni essenziali di un essere umano: la dimensione materiale, la dimensione socio-relazionale, la dimensione spirituale.

Michele Dorigatti

Associazione L’Aratro e la Stella