Ancora non è ora di arrivare

Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni…

Si racconta che Ulisse avesse saputo da un oracolo che se fosse partito per Troia non avrebbe fatto ritorno a Itaca che dopo vent’anni. E così, quando Agamennone venne a cercarlo per la guerra, Ulisse si finse pazzo e, ricopertosi di stracci, si mise ad arare un campo in modo indegno ad un re.

Che cos’è che ci lega così ad Itaca? Cos’è Itaca?

All’inizio la mia Itaca era la cartella che mettevo ogni mattina sulle spalle, la pasta fumante al rientro da scuola e i pomeriggi a litigare tra lo studio e l’irrefrenabile voglia di uscire con gli amici. Itaca era tutto.
Poi Itaca è diventata lentamente un vestito sempre più stretto e tasche fin troppo conosciute. Le solite facce e gli stessi pomeriggi di paese. Un libro che non riusciva più a spiegarmi l’immensità del mondo che mi raccontavano.
È stato allora che, per grazia, Itaca si è trasformata in porto: un binario numero 4 da cui imbarcarsi sul treno per Milano, la porta sul mondo.

Piano piano, Itaca è diventata una foto: quella di casa, attaccata alla cartelletta dei fogli dell’università.
Poi una festa: quelle canoniche di Natale e di Pasqua, più qualche scappatella qua e là.
Poi riposo: quello che si prova quando si arriva in un posto conosciuto e si lascia cadere ogni protezione e ogni sforzo di comprensione.
Poi stupore, di quando apri gli occhi su un mondo che pensavi di possedere già, e riconoscenza per tutta l’energia di Itaca nel farmi crescere.
Poi un desiderio, a forma di punto errante nel cuore e nello spazio: la voglia di casa vissuta, di strade che diventano routine e di facce che prima o poi saranno quelle di sempre.

Sono partita quasi tradendo Itaca, non avevo capito Ulisse e non avrei potuto capirlo perché conoscevo ancora troppo poco di quello che c’è al di là del mare.
Sono partita con lo slancio di chi scappa e mi sono scoperta attaccata a quell’Itaca ormai noiosa con una corda di acciaio così densa che il legame ne è uscito rafforzato. Ho colto lentamente il senso più profondo di Itaca e, senza accorgermi, ne ho fatto un orizzonte di vita.
Ora capisco Ulisse e l’importanza di avere una Itaca da desiderare, creare e proteggere intensamente.

Ma mi ci è voluto tempo e ce ne vorrà ancora per imparare a ri-conoscere Itaca. Ci è voluta la fatica della strada. Mi sono serviti i bivi a cui ho lasciato viandanti incontrati sulla strada. Mi è servito dormire in letti diversi e condividere pasti. Mi sono stati utili la nostalgia, il dover ricominciare da capo, la pazienza di osservare e il tempo necessario per imparare nuove regole. Mi servono quel sentimento di avventura e tristezza nel riconoscere che ancora non è ora di arrivare. L’attenzione nel non bruciare la via, nel camminare con il passo giusto per poter arrivare alla meta. L’imparare a godersi il panorama in movimento. Ci sono voluti anni, km e ce ne vorranno ancora.

Che il cammino sia lungo e sia lento. E che alla fine non importi dove saremo arrivati, magari saremo giusto fuori l’uscio di casa. Ma quell’Itaca, il nostro orizzonte, la nostra casa e il nostro porto, avrà un valore inestimabile: sarà il disegno della somma dei giorni passati in mare e del bottino raccolto tra le onde. E più durerà il viaggio, più sarà ricco. Sarà il nostro inno alla vita. Quello che proteggeremo con tutte le nostre forze e che affideremo come testimone ai nuovi viandanti perché possano trasformarlo in porto da cui salpare verso le loro Itache.

Benedetta Crimella

Associazione L’Aratro e la Stella