Altrimenti sarà stato inutile

Venerdì. 16.30. Accaldato ufficio di Caritas Dakar. L’aria condizionata che scorre rumorosa da un condizionatore stanco. Il week-end nelle scarpe, la testa nel futuro e negli occhi la sconosciuta bellezza del deserto di Lompoul, destinazione di questo sabato e domenica.

La giornata è trascorsa lenta, allo stesso ritmo afoso di questo sole senegalese. Il pranzo non è stato un granché: il solito riso con le cipolle e un pesce troppo spinoso. Il sapore si è mischiato al retrogusto amaro della notizia dell’attacco al Radisson in Mali. Proprio due settimane fa abbiamo conosciuto una signora che ci ha inviato ad andare da lei a Bamako ad agosto; l’idea era rimasta nell’aria con il peso di una cosa quasi certa. Fino ad oggi. Poi a pranzo la bolla è scoppiata inesorabilmente.

Mi preparo a schiacciare gli ultimi svogliati tasti sulla tastiera del mio computer mentre penso se mettere nella valigia la maglia rossa più leggera o quella blu pesante. Devo rispondere alla mail della coordinatrice che ci invita a seguire rafforzate misure di sicurezza: “Evitate tutti i tipici posti di svago degli occidentali, …”. Forse il pile blu è meglio, dopo tutto hanno detto che nel deserto, per quanto piccolo, lo sbalzo termico si sente. “…, tenete il telefono acceso 24h al giorno e comprate una batteria di riserva, …”. Chissà se avranno coperte nell’accampamento. “…, non partecipate ad eventi del centro francese e abbiate sempre una ricarica da 10.000 franchi.” “Ok, messaggio ricevuto. Ci atterremo alle regole…”. Il giro sul cammello! chissà se uno si siede in cima alla gobba o davanti…
Il telefono si mette a suonare insistentemente da parte alla stampante.
Che poi: come fa uno a sedersi sulla gobba di un cammello?
È l’ufficio dall’Italia.
L’ufficio?!

L’ordine cade all’improvviso come un secchio di acqua gelata al mattino presto: vietato muoversi da Dakar. Niente svaghi “da bianchi”. Niente manifestazioni pubbliche. Niente spese nei centri commerciali. Niente spostamenti inutili al di fuori dei luoghi di casa e lavoro. Allerta continua e ininterrotta comunicazione con l’ambasciata italiana in Senegal.

In nome della sicurezza.

AMEN.

La prima sensazione la sento nelle mani. Non riescono più a stare saldamente afferrate al telefono.
La seconda sensazione è nella pancia. Lo stomaco si è appena staccato dal resto del corpo e si è tuffato verso il basso.
La terza sensazione è nel tronco. Non riesco a fermare la mia caduta di corpo svuotato riverso sulla scrivania.
Poi arriva la testa con la sua rapida lentezza, piena di suoni e parole e rumori che girano girano e girano.

Terroristi. Islam. Isis. Parigi. Guerra. Paura. Nero. Casa. Bianca tra i Neri. Occidentale tra Africani. Cristiana tra Musulmani. Famiglia. Vita. Guerra. All’improvviso sento addosso tutto il peso di questa pelle rosa e di tutti questi vestiti europei che la ricoprono…

È come se qualcuno avesse appena preso un coltello e mi avesse tagliato a metà. Da una parte la me discreta, la me paurosa, la me in ansia per quello che succederà, la me intrappolata tra pregiudizi e mezze verità, la me pronta a difendersi, la me che si chiuderebbe dietro una porta sbarrata continuando a tremare. Dall’altra la me che non vede l’ora di conoscere e scoprire, la me che non si perderebbe nemmeno uno spettacolo senegalese in centro, la me spavalda, la me incosciente e pronta a lasciarsi portare.

Mi dico che va tutto bene. Come d’altronde andava tutto bene nella stradina di Beirut, nel ristorante di Parigi, nella camera di Bamako e in molti altri posti dove la gente si trova nel momento sbagliato. Ma qui va tutto bene e continuerà ad andare bene. Il Senegal non è il Libano. Il Senegal non è il Mali.

Eppure no, non va tutto bene. Ho paura.

Qual è la reazione chimica di dieci grammi di dolore e cinque etti di rancore in provetta?

Qual è il manuale delle procedure in caso di schianto contro la paura?

Non credo nella violenza. Mi piace pensare che Cristo, il Mahatma e anche mamma e papà avessero ragione quando mi insegnavano che rispondere alla violenza con la violenza è la cosa meno costruttiva che si possa fare in questi casi.

STAY HUMAN. Resta umano. Si ma come? Già sento che questo umano che porto dentro oggi si è sgretolato un pochino. Già sento che questi occhi e queste orecchie di umana stanno perdendo la loro volontà di capire.

È domenica. Davanti ad una tazza di succo di mango, frère Matthieu parla: “Quando incontro qualcuno di sporco, malato, qualcuno che non toccherei nemmeno con la punta dell’unghia, allora è in quel momento che lo guardo negli occhi. È un gesto potentissimo. È come se tutto quello che sta intorno a lui sparisse. La fisicità della persona si annulla in quegli occhi dove non riesci a leggere altro che ‘Umano’”.

È un attimo: ripenso alla foto scattata a Ngor, l’anziano guardiano di Caritas. I suoi occhi socchiusi raccontano la sua storia prima ancora che lui possa avere il tempo di raccontarla. E agli occhi di tante altre persone che mi si sono fermate davanti in questi mesi.

A volte in quegli occhi ti perdi e perdi tutto quello che hai sempre pensato di sapere, tutto quello che hai sempre creduto vero, tutto quello che ti hanno sempre detto essere giusto. È là che la voce si ferma. È là che il cuore batte più forte e si emoziona. È là che compaiono orizzonti nuovi. È la che il peso e la bellezza della piccolezza si fanno sentire più forti.

È là che mi rifugerò allora, anche ora, anche qui in questo mondo in allerta. È là che cercherò l’umano che non riesco a vedere altrove e punterò al suo orizzonte per vedere fino a dove si spinge l’incredibile. Uscirò di casa senza sprecare più nemmeno un secondo di questo dolore a metà e farò di questo curiosità per il mondo ed energia per il cammino. E quando avrò incontrato, solo allora mi fermerò a pensare e mi meraviglierò di quanto sia piccola questa paura che ora riesco a tenere tutta in una mano.

Altrimenti, tutto questo dolore sarà stato inutile.

Benedetta Crimella

Associazione L’Aratro e la Stella